Consigli per un rinascimento del centrodestra

Le riforme tese a garantire un trattamento migliore agli individui (impiegati e utenti) non possono naturalmente limitarsi a una regolamentazione più rigida delle attività bancarie. Mentre, teoricamente, in un’economia capitalista i contratti dovrebbero essere stipulati tra parti con pari opportunità, la realtà pratica è ben diversa. Tale parità non è naturalmente realizzabile, ma l’ago della bilancia si è spostato eccessivamente a svantaggio dei giocatori più piccoli.
14 AGO 20
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Le riforme tese a garantire un trattamento migliore agli individui (impiegati e utenti) non possono naturalmente limitarsi a una regolamentazione più rigida delle attività bancarie. Mentre, teoricamente, in un’economia capitalista i contratti dovrebbero essere stipulati tra parti con pari opportunità, la realtà pratica è ben diversa. Tale parità non è naturalmente realizzabile, ma l’ago della bilancia si è spostato eccessivamente a svantaggio dei giocatori più piccoli. A tutti costoro, siano essi utenti, dipendenti o fornitori, deve essere garantita una posizione negoziale più forte.
Il metodo consueto per esercitare uno squilibrio di potere è l’imposizione di “termini e condizioni” che i giocatori più piccoli sono costretti ad accettare, esplicitamente o implicitamente. Tali termini sono spesso scritti in forme quasi completamente sbilanciate in favore dei fornitori, e sono regolarmente utilizzati come uno scudo attraverso il quale questi ultimi possono giustificare e difendere pratiche non eque.
Se si vuole avere un capitalismo più equo e proteggere i diritti dei giocatori più piccoli, il governo deve elaborare delle forme di risarcimento. Un modo per realizzare questo obiettivo sarebbe quello di creare una Corte di Equità. A tale Corte dovrebbe essere data l’autorità di annullare “termini e condizioni” ritenute eccessivamente sbilanciate. Le aziende dovrebbero scrivere i propri termini contrattuali nel rispetto dei dettami della Corte, rafforzando in questo modo la posizione dei giocatori più piccoli e deboli. Sebbene contratti giusti ed equi siano importanti per il buon funzionamento dei mercati, il governo deve anche tenere sotto controllo la tendenza a sfruttare la legge contrattuale per rafforzare l’inequità tra grandi e piccoli operatori del mercato.

Ristabilire la connessione tra successo e ricompensa
La riforma del capitalismo deve contemplare anche una ben maggiore trasparenza. Abbiamo già parlato della pubblicazione dei dati relativi agli stipendi dei vertici gestionali, così come di quelli relativi ai guadagni degli amministratori delegati e degli azionisti, ma si deve fare molto di più per garantire un più giusto rapporto tra successo e ricompensa.
Di conseguenza, i premi (bonus) devono essere tenuti in depositi presso terzi a lungo termine che siano aperti al recupero, e le compagnie devono rendere note le misure e i criteri sulla cui base vengono prese le decisioni relative ai premi. In linea di principio, si potrebbe stabilire una duplice chiusura sui premi, che non dovrebbero essere pagati a meno che gli azionisti non abbiano ottenuto un vantaggio sia attraverso un aumento dei profitti sia attraverso un incremento dei prezzi delle azioni. Se il prezzo delle azioni di una compagnia scende, o se i guadagni si riducono, non deve essere pagato nessun premio.
Un altro settore in cui gli amministratori delegati esercitano una sproporzionata influenza in rapporto agli azionisti riguarda l’utilizzo del debito. Il problema, in questo caso, è che gli azionisti risultano svantaggiati perché il capitale di debito è più economico del capitale netto, i costi dell’interesse essendo deducibili dalle tasse, a differenza dei dividendi. Ciò è comunque svantaggioso, in quanto determina una preferenza per il capitale di debito rispetto al capitale netto. Come misura ad interim, la deducibilità fiscale deve essere ristretta al 50 per cento dei profitti al lordo di imposte. Per esempio, a una compagnia che ha un profitto di 100 milioni di sterline ma anche un interesse sul debito pure di 100 milioni non deve essere consentito di compensare più di 50 milioni di sterline del costo dell’interesse rispetto ai profitti tassabili. Il reddito aggiuntivo ricevuto dal ministero del tesoro in conseguenza di un tale provvedimento dovrebbe essere usato per iniziare a porre rimedio all’iniqua soppressione, attuata da Gordon Brown, degli sgravi fiscali sui dividendi dei fondi pensionistici.
Bancarotta interna, Corte di Equità, maggiore trasparenza, regole più rigide sui premi e restrizioni sulla deducibilità fiscale dell’interesse potrebbero essere gli elementi legislativi fondamentali di un piano di riforma.

Seconda necessità imperativa: riaffermare una politica etica
Una caratteristica distintiva del governo di Margaret Thatcher, e una delle principali ragioni del suo successo, è stata la determinazione a vincere quella che la stessa Thatcher definì la “battaglia delle idee”. Il suo principale alleato in questo sforzo fu Sir Keith Joseph. Il quale era convinto che si stessero aprendo nuove opportunità in quanto il consenso keynesiano, che fino ad allora aveva impedito ai conservatori di “combattere una tenace battaglia delle idee”, stava ormai dissolvendosi. Il governo di Margaret Thatcher, disse Sir Keith, aveva bisogno di “una analisi diversa e di una diversa serie di politiche”.

Il ritorno della politica dell’invidia
Le forme distorte della moralità selettiva promosse dal New Labour non sono nate per caso. Quando Tony Blair proclamò che il Partito laburista “doveva ben più che semplicemente sconfiggere i conservatori” e che “doveva cambiare la direzione delle idee”, prevedeva la formazione di una nuova ideologia, fondata su un vago concetto di “equità”, che tuttavia si dimostrò essere di natura sintetica e profondamente contraddittorio. Era “equo”, per esempio, saccheggiare i fondi pensionistici dei lavoratori? Era “equo” accumulare un enorme debito da scaricare sulle spalle delle future generazioni? Ed era “equo” implementare una gigantesca espansione della sorveglianza di Stato? Quest’ultimo provvedimento, in particolare, mise a nudo l’istintiva intolleranza laburista del pluralismo sulle questioni morali. Queste contraddizioni possono essere evitate grazie a una filosofia capace di riconoscere che nessun governo possiede un monopolio sulla rettitudine morale. Soltanto una politica che assegni un reale potere all’individuo può sfuggire a queste contraddizioni, riconoscendo la legittima pluralità delle opinioni e dei valori.
Il problema del centrodestra è che il concetto soggettivo di “equità” di Blair e Brown continua a dominare il panorama politico britannico, almeno nella forma della politica dell’invidia. Se questa eredità del New Labour non viene neutralizzata, l’attuazione di riforme concrete fondate sull’imprenditorialità risulterà probabilmente impossibile. L’imprenditorialità, in fin dei conti, richiede vincitori e perdenti, un fatto rispetto al quale la politica dell’invidia risulta antitetica.
E in periodi di austerità la sfida ideologica appare ancora più ardua. La fine simultanea del “Brown boom” e del superciclo del credito occidentale ha reso inevitabile il deterioramento del tenore di vita, anche se il Partito laburista ha cercato di rimandare questo fatto inevitabile contraendo enormi prestiti.
Ma quasi tutti ormai si rendono conto che la Gran Bretagna ha vissuto al di sopra delle sue possibilità, e che è necessario stringere la cinghia; ma sono anche convinti che le cinghie da stringere sono quelle altrui. Questo vale in particolar modo per la “spremuta” classe media: i “ricchi” continuano a prosperare, mentre lo stato si prende cura soltanto dei cittadini che vivono grazie ai sussidi statali. La classe media è quella che soffre di più.
Questa percezione è largamente giustificata. I banchieri, in effetti, continuano a intascarsi enormi premi, e gli amministratori delegati continuano ad assegnarsi lauti aumenti di stipendio. Ben poco, o nulla, è stato fatto per ridurre i redditi di coloro che stanno al vertice della macchina statale, e il recente incremento del 5,2 per cento dei sussidi statali risulta in stridente contrasto con il ristagno dei salari dei lavoratori.
Per il momento, la rabbia della classe media è rivolta contro i “ricchi”. All’inizio, tale rabbia era rivolta, molto comprensibilmente, contro i banchieri che avevano approfittato dei rischi che mettono in pericolo l’economia. Poi, la rabbia è stata estesa in generale a tutti i banchieri e agli amministratori delegati delle grandi aziende. Con l’eccezione delle celebrità – che sono in qualche modo rimaste esenti dal contagio – il risentimento si è ulteriormente ampliato fino a includere chiunque sia considerato “ricco”.
E’ una tendenza pericolosa. Poiché la rabbia contro i “ricchi” mina alle fondamenta il concetto dell’imprenditorialità, la cosa rappresenta un danno per l’economia. Portata fino alle sue conseguenze estreme, questa logica farebbe un bersaglio di chiunque si sollevi al di sopra di un reddito medio. Una società che si scaglia contro il successo è una società che ripudia lo sforzo per la qualità e l’affermazione; e una società contraria a tale sforzo è una società che, consapevolmente o inconsapevolmente, ha scelto la strada di un rapido declino economico.
Il logico passo successivo, questa volta destinato a danneggiare la società stessa anziché la sola economia, sarebbe quello di una rabbia rivolta dalla classe media anche verso lo strato più povero della popolazione. Se ciò accadesse, i destinatari dei sussidi statali potrebbero diventare un altro bersaglio del risentimento della classe media.
Ci sono due modi per affrontare l’autodistruttiva politica dell’invidia, mascherata dietro la fasulla moralità della “equità”. In primo luogo, è necessario attuare una riforma del capitalismo. In secondo luogo, bisogna affrontare la questione del linguaggio della politica. Il linguaggio, infatti, non è semplicemente un veicolo neutrale per mezzo del quale si discutono le idee. Al contrario, la scelta del linguaggio è in se stessa normativa, un punto perfettamente compreso da Tony Blair e i suoi spin-doctor. Per illustrare questo punto con un esempio concreto, ecco come si può formulare la richiesta di una redistribuzione. Primo: “La società deve prendere il denaro ai ricchi e darlo ai poveri”. Secondo: “La società deve prendere il denaro a quelli che lavorano duramente e darlo a quelli che non hanno lavoro”.
Il nocciolo della questione è che, mentre la maggior parte della gente accetta la prima formulazione, ben pochi sarebbero disposti a concordare con la seconda. Uno dei tipici trucchi utilizzati dal New Labour è stato appunto il dominio del linguaggio e la coniazione di eufemismi. Ecco un altro esempio. Primo: “E’ imperativo proteggere i diritti dei lavoratori”. Secondo: “Dobbiamo proteggere i privilegi di coloro che hanno già un lavoro anche se questo impedisce ai disoccupati di trovare lavoro”.
Il linguaggio ha un’importanza decisiva se si vuole riconquistare il campo etico. Non è sufficiente sottolineare semplicemente che ci sono troppi pochi “ricchi” per salvare le finanze pubbliche, che imposte molto elevate provocano una riduzione nelle entrate o che un sistema che punisce chi ha successo mina alle fondamenta la crescita economica. La logica deve essere completata da un adeguato linguaggio. Ecco alcuni esempi di quanto potrebbe funzionare: a) “Ricompenseremo l’impegno e il successo. Il fallimento e la mediocrità non saranno premiati”; b) “Il nostro successo economico deve essere vantaggioso per chiunque lavori, e non soltanto per un’avida minoranza”; c) “Sradicheremo i vantaggi e i privilegi immeritati”; d) “Bloccheremo le compagnie e gli organi di governo che sfruttano a proprio vantaggio la gente comune”.
Queste dichiarazioni esemplificative devono essere sostenute da concrete scelte politiche. Dopo undici anni di governo del New Labour, l’elettorato può facilmente individuare la vuota retorica. Fortunatamente, tutte queste dichiarazioni sono in linea con la necessità imperativa di riformare il capitalismo.

Terza necessità imperativa: applicare la “killer app” dell’individualismo
Come abbiamo visto, dopo la Seconda guerra mondiale si sono seguite varie ideologie politiche, dal programma socialista di Clement Attlee all’economia del libero mercato di Margaret Thatcher. Ma, in mezzo a tutti questi cambiamenti, un fattore è rimasto costante. Questo fattore è la riduzione dell’importanza dell’individuo in rapporto al collettivismo e al corporativismo, tendenza perfettamente simboleggiata dalla continua erosione delle libertà individuali.
Da questo punto di vista, la questione pratica è che la crescita del potere dello stato e delle corporation sta producendo una ben più grande e ancora più pericolosa divisione della società in “noi” e “loro”. “Loro”, in misura sempre maggiore, sono i “ricchi”, i legislatori, la macchina statale e i suoi funzionari, i media, le corporation. I recenti scandali hanno confermato sospetti già da tempo nutriti: i membri del parlamento sono stati macchiati dagli scandali sulle spese, i media sono stati screditati dalle rivelazioni sulle intercettazioni telefoniche, la reputazione della polizia è stata compromessa da accuse di corruzione, i banchieri sono disprezzati e i boss delle corporation detestati per i continui aumenti delle loro retribuzioni. Il governo, a livello sia locale sia nazionale, è considerato sempre più intrusivo, anche in ambiti del tutto irrilevanti, e al tempo stesso incapace di garantire un’amministrazione efficiente.
La riduzione dell’importanza dell’individuo è la conseguenza della crescita della burocrazia. Durante le amministrazioni laburiste, la burocrazia (e un suo derivato, la comitato-crazia) ha prosperato in un paese caratterizzato da sempre più elevate spese governative. Ma anche quando sono stati al potere i conservatori, la burocrazia è riuscita a conservare tutti i propri poteri.
Nel suo tentativo di impedire la crescita sproporzionata della burocrazia il centrodestra è stato ostacolato da due problemi sostanziali. Il primo consiste nel fatto che vi è un’implicita contraddizione nel chiedere a dei burocrati di ridurre la burocrazia. Posta di fronte alla scelta di tagliare i costi della gestione amministrativa o quelli del pubblico impiego, la burocrazia tenderà a optare per i secondi, cosa che offre il vantaggio di conservare l’autorità e i privilegi dell’apparato statale massimizzando allo stesso tempo l’impopolarità elettorale delle riduzioni della spesa.
La seconda ragione della resilienza della burocrazia sta nella tendenza dei ministri ad “assumere i costumi e le usanze locali” una volta entrati in carica. Un ministro laburista che, quando era all’opposizione, si era opposto ai piani di restrizione del diritto di processo con giuria, una volta entrato in carica ha presentato una proposta di legge quasi esattamente identica. I conservatori che, finché rimasti all’opposizione, si erano opposti all’estensione dei poteri di sorveglianza, ora sembrano essersene fatti paladini.

Sfide e scelte
La Gran Bretagna sta seguendo una rotta insostenibile. Questo vale per l’economia, le finanze governative, la difesa nazionale, la stabilità delle istituzioni e la coesione sociale. L’economia ristagna, e non appare verosimile che si possano ottenere miglioramenti dato che vi sono enormi distorsioni strutturali a vantaggio di settori dipendenti dagli ormai defunti elementi trainanti del prestito privato e della spesa pubblica. Se non aumenta la produttività, il piano di riequilibrio fiscale del centrodestra è destinato ad affondare. I previsti tagli alle spese statali sono alquanto modesti, e le spese governative resteranno più alte di quanto l’economia del paese è in grado di permettersi. La Gran Bretagna ha prodotto una cultura dei diritti acquisiti e delle indennità che rende politicamente inverosimile un concreto riequilibrio del budget. Tenendo conto della crescita del debito pubblico (e anche dell’indebitamento dei singoli individui), la conclusione logica dell’attuale orientamento economico è il fallimento. Un paese che vive al di sopra delle sue possibilità raggiunge prima o poi il punto in cui la disponibilità dei prestatori stranieri a sostenere tale tenore di vita si esaurisce.
Buona parte delle più importanti istituzioni britanniche (compreso il Parlamento, i media, la polizia e il sistema bancario) sono state screditate. La rabbia pubblica contro i “ricchi” sta ormai soffocando l’attività imprenditoriale e spinge verso una forma di egualitarismo che rende impossibile il funzionamento di una economia del libero mercato.
Il disprezzo verso i “ricchi” potrebbe trasformarsi in un più generalizzato disprezzo verso coloro che stanno al vertice delle strutture di potere. Le rivolte che hanno sconvolto le città inglesi nell’estate del 2011 hanno inoltre rivelato una crescente disillusione popolare nei confronti delle istituzioni, e l’élite di governo viene considerata, in misura sempre maggiore, corrotta, avida e ipocrita.
Non è difficile individuare quali siano le riforme necessarie per avviare una ripresa economica. Ma la loro attuazione risulterà impossibile se non si ottiene il sostegno dell’elettorato. Questo, a sua volta, richiede un’ideologia persuasiva fondata sulla realtà, non un’artificiale costruzione sintetica come quella promossa dal New Labour.
I conservatori, ben lungi dall’avere vinto la “battaglia delle idee”, non sembrano nemmeno provare a farlo. Non c’è, finora, alcuna idea di una coesiva ideologia alternativa alla superficiale e ormai screditata agenda del New Labour. Questa ideologia alternativa potrebbe tuttavia fondarsi sui tre principi precedentemente descritti: a) una riforma del capitalismo, affinché possa essere vantaggioso per tutti; b) la riconquista del predominio morale attraverso la riforma delle istituzioni affinché possano servire al bene della maggioranza; c) la promozione delle libertà individuali, che devono essere difese dall’intrusione della macchina statale e degli interessi corporativi. L’altra soluzione, che è una combinazione di supina inerzia e di vuoto populismo, non può far nulla di meglio che rinviare l’inevitabile. (traduzione di Aldo Piccato)